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Futuro del lavoroper tutti e per le aziende

Le competenze che cambiano entro il 2030 e cosa fare adesso

Circa il 40% delle competenze cambierà entro il 2030. Quali crescono, quali calano e come aggiornarsi con upskilling e reskilling, in azienda e da soli.

Andrea La Gioia · · 7 minuti di lettura

Si parla spesso di lavori che scompaiono e di lavori che nasceranno. Il quadro più utile è meno teatrale: cambiano soprattutto le competenze dentro ogni professione. Un'infermiera, una commercialista, un artigiano nel 2030 faranno lo stesso mestiere con strumenti, metodi e richieste diverse.

Per capire la direzione usiamo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, che raccoglie le risposte di oltre mille aziende nel mondo, e lo affianchiamo ai dati più recenti su Italia ed Europa. Alla fine trovi cinque passi concreti e un esercizio da fare in venti minuti.

I numeri da conoscere

  • Circa il 40% delle competenze di base dei lavoratori cambierà entro il 2030, secondo le aziende intervistate dal WEF.
  • Entro il 2030 si prevedono 170 milioni di nuovi ruoli e 92 milioni di ruoli eliminati, con un saldo positivo di 78 milioni a livello globale.
  • In Italia, nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti ha usato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, contro l'8,2% del 2024 (Istat). La media europea è il 20,0% (Eurostat).
  • Il divario tra grandi imprese e PMI nell'uso dell'AI è salito da circa 20 punti percentuali nel 2023 a 37 nel 2025: 53,1% delle grandi imprese contro 15,7% delle PMI (Istat). Secondo l'Istat la mancanza di competenze adeguate frena l'adozione in quasi il 60% delle aziende.
  • Per il WEF, su 100 lavoratori 59 avranno bisogno di formazione entro il 2030, e il 63% dei datori di lavoro indica il divario di competenze come uno dei principali ostacoli alla trasformazione.

Sono dati diversi per ambito e metodo. Il primo gruppo viene da un sondaggio globale tra datori di lavoro e va letto come stima, il secondo da rilevazioni statistiche ufficiali. Insieme dicono che la trasformazione è già iniziata e che le imprese piccole stanno rimanendo indietro.

Come leggere questi dati senza farsi prendere dal panico

Sono stime. Il WEF riporta le attese dei datori di lavoro, non fatti già accaduti. Indicano la direzione, non il futuro preciso.

Il cambiamento riguarda tutti. Tocca sanità, finanza, istruzione, manifattura, commercio, con ritmi diversi.

La formazione è il nodo. Che le competenze cambino conta meno di cosa si fa per aggiornarle. È una scelta di aziende, istituzioni e persone. Chi si attiva prima ha un vantaggio concreto.

Quali competenze crescono

Secondo il WEF crescono due famiglie.

La prima è tecnologica: intelligenza artificiale e big data, reti e cybersicurezza, alfabetizzazione tecnologica. Non occorre diventare programmatori. Occorre capire cosa fanno questi strumenti, dove sbagliano e come usarli nel proprio mestiere. Anche il quadro europeo delle competenze digitali, aggiornato a novembre 2025 con DigComp 3.0, ha messo l'AI dentro tutte le aree di competenza.

La seconda è umana e trasversale: pensiero creativo, resilienza, flessibilità, curiosità e capacità di continuare a imparare. Il pensiero analitico resta la competenza considerata più importante oggi.

Tecnologia e competenze umane si sommano. Vale di più chi usa bene l'AI e sa anche ragionare, spiegare e adattarsi.

Quali competenze perdono peso

Calano la destrezza manuale, la resistenza fisica e il controllo di qualità di routine. Anche lettura, scrittura e matematica di base mostrano una rilevanza in lieve calo, perché parte di questi compiti passa alle macchine. Non vuol dire che siano da trascurare: da sole non bastano più a fare la differenza.

Upskilling e reskilling: due cose diverse

  • Upskilling significa aggiornare e approfondire le competenze nel proprio ruolo. Esempio: una contabile che impara a usare strumenti di analisi automatica dei dati.
  • Reskilling significa acquisire competenze nuove per cambiare ruolo o settore. Esempio: un addetto alla logistica che si forma per diventare analista di filiera.

Capire quale dei due serve è il primo passo. Se vuoi restare nel ruolo con strumenti nuovi, ti serve un aggiornamento mirato. Se il tuo settore cambia in profondità, vale la pena valutare un cambio di direzione.

Cosa fare, in cinque passi

  1. Mappa le tue competenze. Elenca cosa sai fare davvero, non i corsi seguiti, e per ciascuna stima il livello. Un quadro come DigComp, usato come riferimento, aiuta a dare un nome e un livello a ciò che sai fare in digitale.
  2. Scegli una competenza tecnologica e una trasversale. Per esempio usare l'AI nel lavoro quotidiano e allenare il pensiero analitico o la comunicazione. Poche, ma con continuità.
  3. Impara facendo. Le competenze si consolidano con compiti reali, non con la sola lettura. Cerca percorsi che chiedano di produrre qualcosa e dicano con chiarezza cosa devi saper fare.
  4. Dimostra, non dichiarare. Un attestato di frequenza dice che hai partecipato, un attestato di competenza dice cosa sai fare e a quale livello. Meglio ancora se è verificabile da chi lo riceve.
  5. Procedi a piccoli passi. Trenta minuti al giorno per qualche mese valgono più di un corso intensivo che non si porta a termine.

Un esercizio da fare oggi

Prendi un foglio e scrivi le cinque attività che occupano più tempo nel tuo lavoro. Accanto a ciascuna segna quanto è ripetitiva, quanto dipende dal tuo giudizio e quanto potrebbe cambiare con l'AI nei prossimi tre anni. Le attività molto ripetitive e poco legate al giudizio cambieranno per prime. Quelle in cui il tuo giudizio pesa di più sono il terreno su cui investire. In venti minuti hai una mappa personale più utile di qualsiasi classifica delle competenze del futuro.

Tre profili, tre strategie

Il neolaureato. Ha una base teorica solida e spesso poche prove concrete di ciò che sa fare. La strategia è trasformare le conoscenze in evidenze: progetti, elaborati, attestazioni di competenza. Una o due competenze tecnologiche, come l'uso critico dell'AI, affiancate a competenze trasversali fanno la differenza nei primi colloqui.

Il professionista con esperienza. Ha competenze profonde, e alcune rischiano di perdere rilevanza. La strategia è l'upskilling mirato: individuare i due o tre compiti del proprio lavoro che cambieranno di più e aggiornarli per primi.

Chi lavora in un settore in trasformazione. Ha davanti la scelta più delicata. Conviene partire da ciò che già sa e cercare un ruolo vicino, dove una parte delle competenze si trasferisce. Il reskilling funziona meglio quando non si riparte da zero, ma da un test d'ingresso che riconosca quanto si sa già.

E per aziende e PMI?

Il divario tra competenze disponibili e richieste si riduce con formazione mirata, non generica. Per una PMI significa partire da cosa serve davvero al lavoro (una competenza digitale per il reparto commerciale, l'uso consapevole dell'AI per l'amministrazione) e misurare se le persone lo sanno fare. Con i dati Istat sul divario dimensionale, la formazione diventa uno strumento per non restare indietro rispetto alle imprese più grandi. Dal 2025 l'articolo 4 dell'AI Act chiede inoltre a chi usa sistemi di AI di adottare misure per l'alfabetizzazione del personale, e dal 2 agosto 2026 le autorità nazionali possono vigilare. Un piano di formazione documentato risponde a entrambe le esigenze.

Dove trovare il tempo

La difficoltà più comune riguarda il tempo, ben prima della motivazione. Tre abitudini aiutano.

  • Una finestra fissa. Venti o trenta minuti alla stessa ora, anche a metà mattina o a pranzo. Una routine vince su una promessa di dedicare un weekend intero.
  • Il lavoro come palestra. Scegli un compito che devi fare comunque e usalo per allenarti.
  • Un traguardo misurabile. "Imparare l'AI" è troppo vago. "Preparare il report mensile in metà tempo, controllando ogni numero" è un obiettivo che si può verificare.

Domande che ci fanno più spesso

Devo imparare a programmare? No: per la grande maggioranza dei lavori serve saper usare gli strumenti, riconoscere i loro limiti e controllare i risultati.

Come faccio a sapere se un percorso fa per me? Guarda se parte dal tuo livello, se ti chiede di produrre qualcosa e se dice in anticipo come verrà valutato il risultato.

Come lo applica Percorsi

Su Percorsi ogni percorso parte da un test d'ingresso che stabilisce il punto di partenza competenza per competenza, si costruisce su criteri fissati in anticipo e si valuta su ciò che la persona sa fare. Le prove usano rubriche a tre livelli e un modulo si supera quando le dimensioni raggiungono almeno il minimo. Chi supera il percorso riceve un attestato di Percorsi con una pagina di verifica.

Cosa è già realtà e cosa arriverà

Sono già attivi il test d'ingresso, le rubriche, la regola di superamento, la pagina di verifica degli attestati e il loro download in formato Open Badges 3.0 con il pulsante per LinkedIn. Il riconoscimento esterno degli attestati da parte di altri enti è un obiettivo su cui stiamo lavorando.

Vuoi capire da dove partire per aggiornare le tue competenze o quelle del tuo team? Prova Percorsi e crea il tuo primo percorso.